26 giugno: da Ndjamena a Doba

admin luglio 13th, 2009

Afa, zanzare e il latrato continuo dei randagi fanno da cornice all’alba di Ndjamena. Un’alba a 38 gradi. Oggi la giornata è decisiva. Abbiamo pochi giorni a dosposizione e dobbiamo pianificare il viaggio. Per ora non abbiamo i passaporti, sono presso il ministero degli esteri in attesa del rilascio del visto di cortesia.

ndjamena-streets

Nella sala colazione del Centre Kabalaye regna l’incertezza. Sia sulla marmellata dal colore e dall’odore inaffidabile, sia sul reperimento dei nostri passaporti. La mia telefonata ad Ermanna non risolve l’enigma dei tempi. Considerato che per andare a Doba sono circa 450 chilometri, se non avremo i passaporti entro le 12.00 ci toccherà perdere una giornata.

Siamo nervosi ed è nervoso anche Edmond, l’autista. Si vede che vuole tornare a casa entro sera. Ruggero e Alberto fanno “l’africano” e fino alle 10 gli unici movimenti che producono sono quelli del tragitto tra l’ombra dell’alebero e l’erogatore dell’acqua. Io e Alessandra per ingannare il tempo attraversiamo la chiesa….in un atmosfera “strana”. Un cane dorme tra le panche in legno. In un angolo una madre riposa all’ombra con due bimbi e una donna si impegna in un dialogo serrato ad alta voce, da sola davanti al Santissimo. O Dio è paziente o la donna è pazza….

La breve esplorazione fuori le mura del Centre Kabalaye ci convince di tentare le vie della capitale in cerca di una ricarica della mia scheda telefonica Ciadiana. Come 4 esploratori giriamo un paio di isolati e capitiamo in una strada principale (nella foto). Ci muoviamo lentamente, quasi con delicatezza e attenzione. Dopo qualche centinaio di metri, camminando sotto un sole che spacca le pietre e scatenando i “Nassara, nassara” dei bambini (Bianchi, Bianchi!), individuo un bugigattolo con scritto “Zain”…li si può effettuare la ricarica.

Ci accoglie un giovane con la tunica bianca, come quella che di solito portano i musulmani. Con il mio francese maccheronico riesco a farmi fare la ricarica di 10.000 franchi. Il ragazzo è simpatico e accetta di farsi fotografare con noi. Facciamo le foto di rito e usciamo….e in quel frangente ci accosta una macchina. E’ la console che ci rimprovera…stavamo andando a zonzo senza documenti. Rimediamo così un passaggio al Kabalaye dove ci consegna i passaporti “vistati”. A questo punto metto la mano in tasca per prendere il telefono e chiamare Edmond, per organizzare la partenza. Brivido freddo! Non ho ne il mio palmare, ne il cellulare di Alessandra dove avevo messo la scheda del Ciad. Nella concitazione delle foto e delle chiacchere con l’uomo della ricarica, i telefoni li abbiamo lasciati lì.

Non ci resta che tentare di ritornare sul posto….anche se è passata mezz’ora.

Lì ci accoglie con un sorriso il ragazzo di prima, sudato…perchè aveva rincorso il pick up per darci i due apparecchi. Gli offro del denaro che lui rifiuta categoricamente. Lo ringraziamo, soprattutto perchè questa è una prova stupenda di quanta onestà ci possa essere pure in condizioni di povertà estrema.

A questo punto non ci resta che partire per Doba. Edmond è contrariato perchè Ermanna gli “suggerisce” di fare tappa a metà strada per passare la notte. Caricate le valige nel cassone, saliamo sulla Toyota in 6. Ci stringiamo. Prima di partire ci sono due incombenze. Devo consegnare un libro a Benedetta, una ragazza di Mira che lavora come medico all’ospedale Buon Samaritano a Walya e poi dobbiamo pranzare. Benedetta è molto sorpresa della coincidenza. Li conosciamo altri Italiani e ci ripromettiamo di tornare prima di lasciare il Ciad, per incontrare Padre Gherardi, il gesuita che ha fondato l’ospedale. Alberto nel farttempo regala un buon quantitativo di occhiali per la presbiopia e vestiti per bambini.

Consumato un pranzo rapido partiamo poco dopo mezzogiorno con il sol leone.

Edmond continua ad essere taciturno e nervoso. La strada è dritta e infinita. possono passare anche 45 minuti prima che ci sia una lieve curva, o si incroci un altro veicolo. L’unica variante sono le capre e i cammelli che spesso attraversano la carreggiata che è asfaltata abbastanza bene. Ogni tanto da una rapida osservazione si nota che man mano che ci spostiamo a sud, cominciano a comparire delle chiazze d’erba nella savana e qualche arbusto in più. Già a Bongor, 200 chilometri a sud della capitale il panorama è diverso e anche la temperatura è migliore. Più bassa di oltre 10 gradi. Qui ci fermiamo a salutare padre Marco, direttore della Radio Terre Nouvelle….2 minuti. Edmond ha lo “spino nel culo” come si dice dalle mie parti. Abbiamo solo il tempo per concordare che ci vedremo con calma da lì a 4 giorni.

Alla ripartenza da Bongor decido di parlare a Edmond. Sono le 16. Di questa carriera saremo a Doba prima delle 19.00. Gli dico che può procedere a destinazione senza soste intermedie. Edmond obietta che la console ha detto che doveva fermarsi per il pernotto a metà percorso….che non era autorizzato. Me la smena per qualche minuto, poi mi girano gli spiego secco che il capo, il più alto in grado sono io. Comando quindi si va a Doba diretti. Edmond si illumina in un sorriso a 56 denti e stretti come sardine arriviamo a Doba poco prima delle 19.00.

Il centro di accoglienza della Diocesi di Doba è molto bello. La temperatura è primaverile e non c’è umidità. Il verde delle piante circonda le strutture della diocesi…piante dove il Beep - beep dei pipistrelli (grandi come polli) ci disturberà tutte le notti.

Sylvestre, il vicario (vice - vescovo) ci accoglie calorosamente. Una cena ristoratrice, con Mbaytouloum, il medico direttore di Bebeja e altri missionari ci ricompensa delle fariche del viaggio….La polenta di miglio (bull), e la cucina italiana accompagnano un dialogo che ci consente di programmare i giorni successivi.

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