Porto Marghera: è finito il tempo delle parole…servono fatti

admin maggio 21st, 2009

torciaUn paio di giorni fa, mentre la commissione lavoro del Consiglio Regionale del Veneto incontrava i lavoratori del Petrolchimico, molti dei quali in cassa integrazione da mesi, il presidente Galan si prodigava in dichiarazioni stampa sulla fine delle produzioni industriali chimiche.

Questo è l’ultimo atto grave del presidente della Giunta, che negli ultimi anni ha prima tenuto bloccate le autorizzazioni per la riconversione degli impianti di produzione del clorosoda e poi ha regolarmente sottratto l’esecutivo della regione dai compiti che venivano affidati dagli accordi di programma tra le parti economiche e sociali. Come pure la risoluzione del Consiglio Regionale del Veneto, che lo impegnava ad attivarsi a garantire l’operatività degli impianti chimici per almeno dieci anni a partire dal 2005.

Non si può accettare tanta superficialità di fronte a 5.500 addetti diretti e oltre 6.000 indiretti, tra i quali ci sono molte piccole imprese che sono impegnate nei servizi e nelle manutenzioni. Non ci si può permettere una così grande superficialità rispetto alla vicenda umana e professionali di oltre 10.000 persone e delle loro famiglie.

Oggi la situazione è davvero critica, non si possono fare infingimenti e le ragioni si possono cercare in tante direzioni. In un clima istituzionale non favorevole, fatto di autorizzazioni bloccate, di consultazioni popolari atte a costruire un consenso contro gli impianti chimici, di avventure azzardate, di vagonate di fondi europei spesi in attività non industriali, di silenzio assordante di chi rappresenta gli interessi economici.

La situazione è particolarmente critica perché la eventuale ricollocazione dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo non può avvenire in un contesto, come quello Veneziano, fortemente segnato dalla crisi economica, che ha colpito anche i settori della cantieristica, della meccanica e della logistica.

Il Consiglio Regionale del Veneto il 6 ottobre del 2005 ha votato praticamente all’unanimità una risoluzione che affermava da una parte la necessità di ribadire la vocazione economica e industriale dell’area di Porto Marghera e dall’altra la opportunità del mantenimento delle produzioni chimiche per il tempo necessario allo sviluppo di attività economiche alternative alla chimica, ma comunque capaci di dare un forte impulso all’economia e all’occupazione.

La risoluzione del 6 ottobre 2005 è divenuta carta straccia, come lo sono diventate le aspettative che i lavoratori e le comunità avevano riposto nei diversi successivi accordi di programma, siglati dalle istituzioni, dalle parti datoriali e da quelle sindacali.

Si è perso molto tempo e paradossalmente di tempo oramai non c’è n’è più.

Non si può chiedere la pace sociale e nel contempo pigliare a ceffoni 10.000 lavoratori e le loro famiglie.

Bisogna agire e bisogna farlo presto.

L’unica risposta possibile è legata al rilancio immediato della vocazione produttiva di Porto Marghera. Ma per farlo ci vogliono le condizioni istituzionali favorevoli che consentano di attrarre da subito gli investitori e denaro. Tanto denaro.

Lo Stato, lo faccia pure attraverso l’Eni, deve intervenire.

Si deve dare vita ad una sorta di nuova “488”, ovvero una legge speciale per affrontare la crisi di Porto Marghera che, come sono state affrontate altre crisi di settori che coinvolgevano migliaia di lavoratori, consenta ai produttori di trarre beneficio nella scelta di investire a Marghera.

Si sono trovati 4 miliardi di euro per “salvare” l’Alitalia, un’azienda di stato nella quale erano impiegati circa 20 mila lavoratori. Sono stati messi sul piatto oltre 2,5 miliardi di euro di incentivi per rilanciare il settore dell’auto.

Si devono trovare i soldi per affrontare la crisi di Porto Marghera non con gli ammortizzatori sociali, ma con la possibilità, almeno nello start – up, di favorire gli investimenti.

Solo così Porto Marghera potrà tornare ad essere un luogo di produzione di ricchezza e di lavoro.

Le vane promesse e chicchere su un futuro radioso non interessano né ai lavoratori né a gente come me che, con meno di 40 anni, sa che la qualità della vita è legata alla capacità del sistema economico di essere dinamico. Servono i fatti e lo Stato deve metterci i soldi.

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