Un percorso per il PD: a Nord Est
admin giugno 24th, 2009
Il 9 maggio scorso, a poco più di un mese dalle elezioni politiche finiva l’esperienza del primo esecutivo del Partito Democratico di Walter Veltroni, di cui mi onoro di aver fatto parte. Parallelamente iniziava il declino della leadership di Valter a cui va imputato un solo torto. Quello di non avere avuto la capacità e il coraggio di continuare ad innovare e di aver ceduto alla volontà di restaurazione dei colonnelli e delle vecchie identità. Da allora è trascorso poco meno di un anno e la certezza di tenuta che ci affida il risultato delle elezioni europee, che ci vede comunque perdere oltre 4.000.000 di elettori e 7 punti percentuali, non può essere una consolazione.
Personalmente dal 9 maggio scorso ho scelto la strada della responsabilità.
Ho osservato in silenzio l’accumularsi di errori, nella consapevolezza che non poteva e non doveva essere sommata ulteriore conflittualità, per il bene del Partito Democratico. Ho scelto anche la strada della fiducia. Fiducia nei leader nazionali e fiducia nei leader locali. Ho scelto consapevolmente, non perchè non ci fossero le argomentazioni, di non imbracciare il bazooka e sparare contro il partito, anche se so che in termini di consenso interno questo è uno degli argomenti che paga di più. Come me, in questi mesi, hanno fatto in molti.
Non tanto perchè vogliamo bene al PD, quanto perchè vogliamo bene al nostro Paese. E un Paese che è governato, seppure attraverso l’espressione del consenso, da un presidente del consiglio che è sempre più impegnato nel contenimento delle proprie imbarazzanti vicende personali, ha bisogno di un partito di opposizione serio che possa spendersi su un periodo di medio e lungo termine al fine di proporsi come alternativa credibile di governo.
Il risultato a Nord Est e in particolar modo in Veneto non lascia spazio a dubbi di interpretazione.
Con Oltre 200.000 elettori persi in 11 mesi e il 7% in meno abbiamo conseguito un risultato del 20,14% che consegna alla Lega Nord il ruolo di partito “alternativo” ai 14 anni di regno di Galan e del Partito (polo) delle Libertà.
Con poche eccezioni il connubio Lega – PdL con l’appoggio di un UDC che dimostra di non avere alcuna intenzione di disarticolarsi dalla destra, ha consentito ai candidati della destra di vincere bene alcune amministrazioni e di strappare al PD comuni e province dove si era amministrato bene, come quelle di Venezia e di Belluno.
Inoltre, per la prima volta, l’area politica del centro sinistra del Veneto non avrà a Strasburgo una persona a rappresentare gli interessi di un territorio che da solo, attraverso le sue 500.000 imprese, produce oltre il 10% di tutta la ricchezza nazionale.
Se poi si aggiunge che, in tutta evidenza, dopo essersi consumata la sfiducia delle categorie produttive, questa volta abbiamo vissuto l’abbandono (non tradimento) dei ceti popolari, possiamo senza sofismi parlare di situazione grave.
In questi casi ci si chiede sempre se “si poteva evitare”.
E purtroppo ci si risponde attribuendo la colpa agli elettori che non capiscono, ai leader nazionali, all’aria di destra dell’Europa, preoccupati come si è a conservare il proprio posto, il proprio ruolo, la prospettiva di esercitare per se e per i “propri” un pezzettino di potere. Ma il Partito Democratico non doveva inaugurare un stile nuovo, anche nella gestione di queste vicende?
Alla luce di queste considerazioni ho deciso di condividere con amici e simpatizzanti alcune considerazioni e proposte che non casualmente, ma per senso di responsabilità, pubblico alla chiusura delle urne dei ballottaggi.
E lo faccio per due ragioni. La prima è quella di dare un contributo ad un Partito che ha necessità di dotarsi di un progetto culturale di lungo termine e la seconda è quella di tranquillizzare le persone che mi sono vicine sulle ragioni del mio lungo silenzio.
Ogni cosa va detta e va fatta a suo tempo e l’apertura della fase congressuale rappresenta il “tempo giusto” per dire delle cose per iniziare un confronto con le donne e gli uomini che hanno voglia di misurarsi sui temi e sui contenuti prima che sui posti.
La fine della tornata elettorale segna infatti l’inizio della fase congressuale e personalmente, magari anche in tempi brevi vorrei schierarmi e poterlo esplicitare.
Lo voglio fare perchè la politica (cosa che per esempio gli amici dell’Udc non hanno compreso) è l’arte del “prendere parte”, di assumere una posizione, di schierarsi.
Non lo voglio fare, questa volta, come lo feci il 14 ottobre.
Ovvero su un leader, una persona, e su alcune vaghe intuizioni, che pur in modo straordinario hanno dato vita all’esperienza politica straordinaria che è il PD.
Lo voglio fare sui contenuti, su una proposta culturale che sa intercettare i bisogni del Paese e in modo particolare dell’area geografica in cui vivo e che è così espressiva sul piano strategico ed economico per il futuro dell’Italia.
Il Veneto delle 500.000 imprese, che produce oltre il 10% della ricchezza nazionale, che si avvale della manodopera di oltre 380.000 stranieri occupati e regolarmente residenti, degli ospedali che funzionano, degli enti locali che hanno il più basso rapporto tra dipendenti e abitanti.
Il Veneto delle Università di eccellenza, nel campo dell’economia, della fisica, dell’ingegneria, della medicina ma anche degli operai che si inventano un’impresa.
Il Veneto che non ha materia prima ma che è primo al mondo nell’arte di creare e trasformare prodotti e nel concepire servizi.
Il Veneto delle Città d’Arte, delle Dolomiti e delle Spiagge che primeggia in Italia per la quantità e la qualità dell’offerta turistica.
Il Veneto che è sempre primo nella solidarietà, con la sua miriade di associazioni che si occupano di solidarietà, di assistenza e di cultura.
Voglio schierarmi non con l’atteggiamento calviniano dell’”astante” ma con quello di chi, seppure nella sua breve e relativa esperienza, offre un contributo a questo dibattito.
Che non è il contributo di uno, ma di una persona che per ruolo e passione trascorre le giornate ad ascoltare e a tentare di comprendere, anche le ragioni di chi, in Veneto, ritiene che il PD non sia una alternativa credibile al centro destra o all’altezza di interpretarne le aspirazioni e le tensioni.
E’ proprio nello “stare tra la gente” che si può cogliere la mancanza di relazione tra il Partito Democratico e i “ceti” popolari e produttivi della nostra area geografica.
Una distanza che un partito di vocazione maggioritaria e popolare non si può permettere.
Una distanza che per essere colmata ci deve vedere impegnati a tornare a conoscere il nostro territorio e a pensarne le vocazioni.
Troppe volte in passato abbiamo trascurato i segnali che arrivavano dalla società Veneta e da quella del Nord Est più in particolare.
Ne voglio ricordare alcuni.
La richiesta di un modello federalista che potesse consentire una quota parte maggiore di investimenti nella parte del Paese che ha da sempre una maggiore capacità produttiva e di contribuzione.
L’istanza di sicurezza delle nostre città che hanno vissuto in pochissimi anni l’incremento degli immigrati residenti e purtroppo anche dei clandestini.
La difficoltà delle imprese a competere nel sistema globale, se inserite in un sistema fiscale e infrastrutturale che le pone in oggettive condizioni di svantaggio rispetto ad altri paesi europei e altri paesi emergenti.
L’erosione del potere d’acquisto degli stipendi dei lavoratori e dei pensionati rispetto ad un contesto di beni e servizi che costano progressivamente molto di più rispetto agli incrementi Istat.
Oggi il contesto globale propone uno scenario inedito.
La crisi finanziaria sta colpendo duramente anche il nostro contesto territoriale.
Cassa integrazione, disoccupazione, mobilità, chiusura dell’attività, libri in tribunale, rischio di povertà, difficoltà di accesso al credito, sono solo alcuni dei termini del nuovo vocabolario della crisi.
Una crisi che probabilmente non si presenta con cambiamenti sconvolgenti, ma che lentamente è destinata a cambiare i legami economici e sociali del contesto in cui viviamo. Una crisi che richiede di ripensare l’azione delle istituzioni, nel sostegno dei sistemi e economici e delle persone in difficoltà.
Questo nuovo scenario richiede un ripensamento generale degli stili e dei linguaggi politici.
In primo luogo appare evidente che le categorie culturali delle esperienze politiche del ‘900 sono assolutamente inadatte ad affrontare le sfide inedite della nostra società. Il risultato delle formazioni socialiste e dei partiti liberal – democratici in Europa ne è un segno evidente. Il Paese è cambiato, come è cambiato profondamente il Nord Est.
Sono cambiate le tensioni, le aspirazioni delle persone, il modo di vivere e di relazionarsi.
I desideri e le paure sono desideri e paure nuove.
Uno scenario inedito come quello che ci troviamo ad affrontare richiede la pazienza e l’intelligenza di costruire prima che una proposta politica, una proposta culturale nuova.
Il Partito delle Identità, è la prima cosa che il Partito Democratico non può e non deve essere.
Se le identità diventano dei recinti di difesa, dei luoghi dove preservare se stessi e coloro che si sentono affini, non inizierà mai il processo di costruzione di una proposta culturale innovativa capace di interpretare i tempi.
Non che le identità di per sé siano un problema. Anzi sono un valore.
Tuttavia lpossono diventare un problema se diventano un muro, un recinto o peggio un ostacolo alla capacità di leggere e interpretare la realtà e conseguentemente a declinare un pensiero e un’azione politica.
In secondo luogo il Partito Democratico non può e non deve diventare l’orizzonte unico e il fine dell’azione politica.
Il Partito Democratico semmai deve essere un luogo, uno strumento e un contesto in cui matura il confronto, la condivisione e dove le persone possono trarre ispirazione e strumento per un’azione politica rivolta al contesto territoriale e sociale dove sono chiamate ad esercitare un impegno.
In terzo luogo il Partito Democratico, soprattutto nel contesto del Nord Est, deve diventare soggetto innovatore negli stili e nei contenuti.
La capacità di innovazione negli strumenti di comunicazione (newsletter, siti, blog, facebook,….) deve essere coniugata con un metodo che consenta di essere tra la gente. La comunicazione virtuale è necessaria per velocizzare il flusso di informazioni e per ridurne il costo tuttavia non sostituisce la relazione personale che rimane il cuore dell’azione politica, sia di chi amministra che di chi si impegna sul versante del Partito.
Ma è necessario anche uscire dai riti e dalle sedi di partito.
Bisogna ritornare ad abitare i luoghi dove la gente vive. Gli ambienti di lavoro e del tempo libero.
Bisogna imparare a dire cose importanti in tempi brevi, anche nelle assemblee. Bisogna intervenire dicendo cose importanti in 5 minuti e non intervenire quando non si ha nulla da dire.
Bisogna cominciare a capire che il mondo, le sensazioni e le valutazioni politiche non sono solo riferibili al contesto del partito, ma c’è una complessità di ambienti che vanno frequentati, conosciuti.
Bisogna tornare a costruire un sistema di relazioni, anche di amicizia, con le persone che operano nell’impresa, nella cooperazione, nella pubblica amministrazione, nelle organizzazioni sindacali, con i cittadini più in generale.
Amicizia e fiducia nel rispetto della reciproca autonomia.
Sul piano dei contenuti ci sono delle sfide che non possono attendere, rispetto alle quali il Partito Democratico deve porsi con una proposta culturale prima che politica.
Anche in questo caso ne cito alcune con l’intento di iniziare ad aprire un dibattito.
Il “bene essere” del Nord Est va difeso.
Va difeso il lavoro, va difesa la qualità della vita, vanno difesi i servizi sociali e sanitari.
Va difesa la libertà delle persone, intesa – come afferma Amartya Senn – come la possibilità che ciascuno dovrebbe avere di poter avere una vita buona per se e per le persone che gli sono care.
Ciò si può realizzare solo se il contesto economico è trainante e dinamico.
Ecco perché è necessario definire al più presto la strategia di rilancio dell’economia Italiana e in modo particolare di quel pezzo di Paese, che è il nostro, che produce il 10% della ricchezza.
Il ripensamento di Veneto Sviluppo S.p.a. in direzione di un maggiore sostegno al sistema d’impresa, in modo particolare quelle innovative, il disegno strategico sulle nuove vocazioni industriali e di servizi dell’area industriale di Porto Marghera e degli insediamenti industriali delle altre province del Nord Est, il trasferimento dei saperi dalle università ai luoghi dove si produce, una pubblica amministrazione più snella e più efficace capace di creare contesti favorevoli agli investitori e agli investimenti.
Se l’economia va bene, c’è lavoro, c’è buon lavoro.
Se l’economia va bene la ricchezza può essere distribuita, soprattutto sotto forma di servizi.
Il Nord Est, soprattutto in un periodo di crisi chiede che sia ristabilito un principio di equità.
La gestione del sistema socio – sanitario e la gestione dei servizi essenziali e pubblici alla persona è costretta da una visione economicistica.
I bisogni aumentano, anche perché la popolazione anziana cresce e in relazione ad essa la domanda di sanità e di servizi, ma i soldi a disposizione diminuiscono.
Ciò accade in particolare perché alcune zone del Paese hanno speso e spendono in eccesso.
Bisogna chiudere i rubinetti. Il contenimento della spesa sanitaria, il patto di stabilità, il blocco del turn over delle assunzioni nella pubblica amministrazione, vanno a colpire servizi che sono già gestiti all’osso. Al Sud e al Centro si spende e si spande, con un governo leghista che ripiana a piè di lista. Da noi si stringe la cinghia, anche se i nostri enti sono sempre stati virtuosi.
Le risorse fiscali devono essere gestite in modo equo. Non si possono attendere anni.
Il nostro Paese ha bisogno che il Nord Est sia di traino, e questo territorio deve essere dotato delle risorse necessarie per continuare a correre.
Questo ci deve vedere impegnati anche nel processo di semplificazione amministrativa.
Attraverso l’aggregazione delle società che gestiscono le strade, i trasporti, i rifiuti.
Vanno fatte economie di scala.
Come è necessario aggregare i piccoli comuni, sul modello Francese.
Le funzioni possono essere attribuite in base al numero di abitanti che rappresentano le unioni di comuni. In questo modo si potranno avere servizi più efficienti e costi minori.
Infine, anche se sono consapevole di avere lasciato fuori molti temi, la sicurezza.
Intesa come la possibilità di avere un buon lavoro intorno a cui costruire la propria vita e il sistema delle proprie relazioni.
Intesa come la possibilità di contare su un buon sistema socio sanitario, dove sia garantito l’accesso gratuito e veloce alla diagnostica e dove sia garantita libertà di scelta nella cura, in un sistema di offerta di grande qualità
Intesa come la possibilità di garantire ai propri figli l’accesso ai saperi. Una buona scuola, una buona università, un sistema di formazione professionale efficace collegato all’impresa.
Intesa come la possibilità di poter abitare serenamente le nostre comunità e le nostre case.
In riferimento a quest’ultimo aspetto è necessario distinguere.
Distinguere gli oltre 380.000 lavoratori stranieri che da anni risiedono regolarmente, con un permesso di soggiorno, una residenza e un contratto di lavoro nelle nostre comunità, e coloro che cercano avventura, e spesso in assenza di un tetto e un lavoro scelgono di delinquere.
Con i primi si può scommettere su un processo di integrazione, che parte dal rispetto della cultura del luogo che accoglie, ma che inevitabilmente ci porterà a costruire la società veneta del futuro.
Gli altri, com’è previsto ovunque, dal diritto internazionale, devono essere individuati e rimpatriati nei paesi d’origine.
Ho voluto fare delle sollecitazioni perché in questi mesi ho incontrato moltissime persone che condividono il mio disagio. Un disagio che è dato dal fatto di vivere in un partito dove spesso non si parla e quando si parla, lo si fa per dinamiche di posti, di correnti e di potere.
Non mi scandalizzo che queste dinamiche ci siano. Mi infastidisce il fatto che spesso, nella nostra discussione diventano la sostanza, a scapito della riflessione e dell’azione politica.
E i risultati – negativi – si vedono.
Molte persone non ci votano più perché dicono che non comprendono la nostra posizione.
O peggio perché sui temi reali diciamo poco o nulla.
Il futuro del Paese è legato al futuro del Partito Democratico, unica alternativa possibile alla destra che governa con la politica dell’odio e della paura.
E il Partito Democratico se non accetterà la sfida di comprendere una delle parti del Paese più popolate ed economicamente dinamiche, rischia di non avere futuro.
Non è solo una questione romana.
Chiediamoci davveroquanto tempo eoccasioni abbiamo perso.
E abbiamo caramente pagato perdendo di volta in volta consensi e amminisrazioni locali.
Conflittualità sui “posti”, scelte di candidati fatte all’ultimo minuto, prmarie che hanno spesso certificato l’incapacità dei gruppi dirigenti di assumere una decisione. Una politica ambigua sulle alleanze.
Campagne elettorali senza temi e senza programmi.
Partite difficili, ma aggravate dolosmente da errori, spesso imputabili all’assenza di seso del limite.
Ciascuno si sente candidabile sempre e a tutto. A prescinder dalle competenze, dalla preparazione e ahimè spesso dal consenso.
Anche in Veneto, sopratutto in veneto siamo sempre stati alla rincorsa, in ritardo.
Alle regionali del 2005 tutta la coalizione del centro destra non superava il 55% compreso l’Udc.
Nelle ultime eezioni europee due partiti soli insieme, PdL e Lega superavano il 56%.
Sono stati bravi loro o abbiamo fatto dei regali noi?
Possiblie che oggi nessuno se lo chieda e nessuno si assuma delle responsabilità?
Il PD nazionale è importante, ma un pezzo di strada lo dobbiamo fare noi.
Dal momento che mancano solo 11 mesi alle prossime regionali dobbiamo mettere in campo quelle strategie che ci consentano di uscire dal rischio di essere residuali.
4 semplici azioni.
1. definire rapidamente una piattaforma culturale e politica per il Veneto
2. anticipare le scelte di definizione della guida del partito regionale che consentano di uscire dalla provvisorietà
3. definire con le primarie il candidato/a alle prossime elezioni regionali svolgendo le primarie in 7 settimane (1 per provincia), secondo il modello americano, in ciascuna provincia assegnando dei voti ponderati al numero di elettori del PD. Sulla base di programmi.
4. affidare alla nuova segreteria e al candidato l definizione del quadro delle alleanze di coalizione
Serve una reazione rapida.
Bisogna tornare ad investire sul progetto del Partito Democratico.
Con cura, pazienza e competenza.
Nella consapevolezza che il lavoro che ci aspetta è di lungo termine, ma che è un compito indispensabile per la nostra Democrazia.
Venezia, 23 giugno 2009
- attività politica
- Commenti(5)
Ho speso poco tempo sopra le tue riflessioni e d’acchito ti rispondo sul disagi0 di chi cittadino qualunque guarda assiste e partecipa con l’unica dote un po’ di buona volontà alle vicende politiche, per parlare di comunità dove far risaltare i giusti e sentiti valori di fratellanza e interesse reciproco. Trovo molte volte difficile cercare di spiegare la faccia della luna che non si vede ovvero il tuo punto di vista anche se antitetico alla fine dovrebbe convergere su quanto di più caro abbiamo; cioè una vita da trascorrere nell’armonia tra gli individui. E’ qui che la ns. politica di riequilibrio dell’uguaglianza dovrebbe partire. Gli errori ci sono e guai se non ci fossero, ma se l’alternativa a chi ora detiene il potere e usarlo nella loro stessa misura e forma, come per me sino ad ora è stato fatto, il popolo veneto dei lavoratori, artigiani, impiegati ovvero di chi impegna la vita per il benessere della sua famiglia e figli non potrà essere ingannato. e gioco forza il disinteresse legato al fastidio di avere a che fare con la politica avrà il sopravvento. Ti saluto caramente per ora
Caro Andrea,
ho letto con molto interesse quello che hai scritto. Potrebbe essere una tesi congressuale. I temi da te trattati sono tanti, bisognerebbe iniziare a fare degli incontri per prepararsi alla fase congressuale. Credo che questa volta, per il partito democratico, sia l’ultima spiaggia. Lasciare andare per sempre la sinistra, la gente l’ha abbandonata. Zoggia, senza la sinistra e con l’UDC avrebbe vinto. Quando la nostra gente vede in televisdione ancora i vari Pecoraro, ecc, ecc, cambia canale.
E poi la classe dirigente! Si dice sempre che bisogna cambiare, ma quando si inizia? Voi giovani dovete farvi avanti senza nessun timore. Adesso il segretario regionale: una persona nuova, giovane, capace, che abbia voglia di impegnarsi, di fare squadra, di amdare incontro alla gente, alla piccola industria, agli artigiani, ai commercianti, agli agricoltrori ecc., che sappia e voglia affrontare con la sua squadra i problemi grandi che ci sono oggi nel nostro panorama veneto. Non possiamo lasciare, per esempio, la questione enorme del petrolchimico ,alla Zaccariotto, che viene sempre sbandierata sui giornali.
Caro Andrea, scusa se mi sono permesso, ma sono d’accordo con te sulla necessità assolutra, pena il decadimento, di rinnovare sia le persone, che i contenuti.
Ciao
Romano
E’ un’ottima sintesi di quello che è successo negli ultimi 15 mesi di opposizione. Credo che su queste basi si potrà ragionare per iniziare una rimonta seria del partito.
Carissimo amico, le cose che evidenzi sono tutte condivisibili. Una cosa è certa che oggi non siamo né carne e né pesce e che il “vecchio” è lento a morire. Personalmente ho 68 anni e abito a Zanè, (VI) dove risiedo. Dopo un anno perso per chiacchere di potere interno al Circolo PD da parte degli intramontabili notai di partito siamo riusciti a creare una coalizione che non inserisse alcun pensionato o vecchio mentale. La media dei nostri candidati è stata di 36 anni e tutti scovati nel contesto di una realtà che ha voglia di emergere. La composizione rappresentava inoltre 6 regioni italiane, 6 laureati e 2 laureandi. Sapevamo di non poter vincere ma i giovani hanno accettato di tesserarsi al partito per un’ideale di democrazia innovativa: l’unità, nella diversità e nel pluralismo. Confessioni diverse o senza alcuna confessione si sono riunite sotto questo motto per un paese migliore e ora, dopo questa improvvisazione di lista che con volontà e spirito di servizio si appresta a formare un’amministrazione ombra per dimostrare soprattutto con la propria testimonianzatra alla gente che cosa vuol essere iscritti al PD andiamo avanti con vigore. Abbiamo creato una comunità nella comunità al servizio della stessa. Noi abbiamo tutte le carte in regola per essere migliori. Lo dobbiamo solo dimostrare. E solo dopo saremo credibili aglo occhi di tutti. Un grande uomo e un grande Papa indicava: “oggi è tempo di testimoni e meno di maestri”. Dobbiamo oggi più che mai testimoniare il vero volto del PD nel quotidiano e non dentro alle fredde sedi del Partito ma tra la gente più semplice. Si è detto che la classe operaia va in paradiso e per quanto ne so è vero. La cosa che mi rattrista è andare al suo funerale. E poi, lasciamo spazio ai giovani e noi dobbiamo essere loro vicini con il consiglio e con l’esperienza che solo un anziano può avere e questo si trasformerà in una bella vecchiaia da trascorrere assieme a loro e ai nipotini in un’Italia che è stata di esempio per tanti anni e deve ritornare ad esserlo per quanto ha rappresentato nel mondo attraverso il lavoro e soprattutto, insieme dovremo far riscoprire la dignità del lavoro e della famiglia in un libero stato e in una libera Chiesa. Scusami per l’incompletezza e
grazie per l’ospitalità. Ti assicuro che i giovani ci sono, esistono.
Paolo
Caro Andrea
capisco che non potevi essere più esplicito e quindi hai finito per essere generico. Il clima che si respira nel PD verso il congresso purtroppo non è dei migliori. Vediamo solo “colonnelli” che si preparano a chiedere adesioni per “fede” per un cammino sconosciuto verso mete misteriose. Unico fine certo è la salvaguardia dei rispettivi “spazi”. C’è il rischio che il congresso sancisca la nascita di un partito morto, un partito di dirigenti…senza popolo….senza anima. L’antiberlusconismo non basta.
Noto che anche tu come del resto tutti i “colonnelli” hai imbarazzo di parlare dei problemi morali. Degno di miglior causa è la durezza di cervice con cui la nostra dirigenza ha deciso di lasciare alla destra ed alla Lega in primis il compito di promuovere (solo strumentalmente invero) una reazione morale alla disgregazione sociale. Credi veramente che in Veneto questo non abbia contato nulla o poco? La fine ingloriosa dello SDI che ha cercato di fare concorrenza ai radicali e lo stesso risultato dei radicali ci può insegnare qualcosa?
Speriamo nei circoli, speriamo che gli amici che li compongono abbiano voglia di discutere di politica e di chiedere conto, prima di dare adesioni in bianco come si trattasse di semplici “galòoppini” e speriamo che ciascuno di noi sappia rinunciare a qualcosa pur di dare vita a un partito veramente nuovo in cui nessuno si debba sentire un “indiano in riserva”.
Gabriele