Basta moralismi sui precari, è giunto il tempo delle risposte

admin aprile 9th, 2011

L’Italia é il Paese delle questioni strumentalizzate e non risolte.

Il problema del lavoro precario, rappresenta in questo senso, la strumentalizzazione più grande.

Da oltre 20 anni si racconta ai nostri giovani, ai ragazzi della mia età, che l’ingresso nel mercato del lavoro deve essere flessibile, perchè è cambiato il modello produttivo.
Da oltre 20 anni si sono tutelati i posti di lavoro a tempo indeterminato del pubblico impiego e della grande impresa, creando oltre 10 milioni di posti precari.
Da oltre 20 anni si è assicurato un livello previdenziale adeguato anche a chi ha versato poco o nulla, elevando la quota contributiva dei giovani e di fatto azzerandone le prestazioni future. Il sistema Italiano sta creando sapientemente una generazione di nuovi poveri, per mantenere privilegi come le pensioni “19 anni 6 mesi e 1 giorno”.
Da oltre 20 anni i governi che si sono succeduti, di destra e di sinistra, hanno fatto norme che hanno legalizzato le situazioni di precarietá, azzerando previdenza e diritti, e lasciando i giovani in balia del mercato. Di un mercato del lavoro poco trasparente, poco dinamico, fondato prevalentemente più sulla raccomandazione che sulla competenza.
Da oltre 20 enti pubblici e aziende, sfruttano e fanno profitti sulle spalle di giovani che non hanno più nessun elemento certo su cui costruire un progetto di vita.

Ci si è avvalsi di lavoratori preparati, disposti a tutto, senza tutele, in una situazione di fragilità contrattuale e psicologica.
Da oltre 20 anni il sistema bancario italiano ha negato la fiducia e ha lucrato sulla situazione di instabilità di 10 milioni di giovani, umiliati solo per il fatto di essere nati nel decennio sbagliato.
Oggi è curioso vedere come la politica, che non ha fatto nulla per difenderli, scende in piazza al loro fianco per indignarsi, rivendicare e attribuire responsabilità.

Come pure è curioso osservare le organizzazioni di tutela, che hanno scelto di rappresentare “un altro lavoro” dotato già di un livello alto di protezioni e diritti….oppure gli esponenti di quelle imprese che hanno chiesto flessibilità per restare nel mercato e che poi hanno scelto di sfruttare la precarietà per incrementare i profitti.
Personalmente mi ritengo un privilegiato.

Ho avuto la fortuna di entrare nel mercato del lavoro con un contratto a tempo indeterminato e poi ho scelto una dimensione di flessibilità, perché ne avevo convenienza.
Tuttavia molti miei coetanei non vedono la fine del tunnel oltre che la fine del mese, nonostante laurea ed esperienze di lavoro molteplici e versatili.
Chi cavalca la precarietà, chi scende in piazza e magari da vent’anni poteva fare qualcosa e nulla ha fatto, compie un atto infame, di bieca strumentalizzazione.
I precari non sono dei numeri.
Sono delle persone.
Non è più il tempo delle rivendicazioni e di scandalizzarsi, ma quello delle proposte e delle risposte.
Provoco, sapendo di provocare, ma ne voglio indicare quattro:
A) definire un contratto unico a tempo indeterminato per tutti i lavoratori e le lavoratrici.
B) concedere la libertà di licenziamento nel privato e anche nella pubblica amministrazione (ovviamente legato alle contingenze dell’andamento negativo dell’azienda dell’ente, o anche al mancato impegno da parte del lavoratore)
C) Creazione di un vero mercato del lavoro, con un incrocio reale della domanda e dell’offerta e la valorizzazione delle competenze.
D) riduzione del costo del lavoro relativamente alla parte degli oneri, mantenendo il netto in busta paga con un valore e potere d’acquisto adeguato.
La soluzione del problema del precariato é l’unica strada per poter chiedere la partecipazione dei giovani al futuro del Paese. Non possiamo togliere ai giovani la dignità, i soldi e la pensione e poi meravigliarci se non offrono il loro contributo alla societá.

 

Andrea Causin

Consigliere Regionale

One Response to “Basta moralismi sui precari, è giunto il tempo delle risposte”

  1. nessunoon 10 apr 2011 at 8:44 pm

    Mi dispiace, Andrea. Stavo per mettermi a scrivere un commento che potesse essere costruttivo, che contenesse delle osservazioni vere e utili, magari puntuali, per capire, per mostrare la realtà e per dibattere insieme.
    Ma poi mi sono fermato.
    Perché ahimè ho capito che non avrei potuto scrivere come volevo, perché ho bisogno di mantenere l’anonimato dietro cui sta ovviamente anche la mia falsa email. Devo mantenere l’anonimato, ed essere vago e impreciso nei discorsi e nelle considerazioni. Per non perdere quella parvenza di posto di lavoro che ho, per non mettere in difficoltà i miei colleghi che farebbero fatica a trovare altre sistemazioni, per non rischiare di essere denunciato… Non avrei i soldi, infatti, per vincere una causa, chissà dopo quanti anni, poi, anche se qualche giudice avesse il coraggio di darmi ragione. E i timidi tentativi che sono stati fatti in passato per cambiare le cose dove ora mi trovo, sono finiti nel nulla, con la cacciata di chi ha tentato di cambiare le cose. Tacciati magari addirittura di avere dei modi mafiosi, perché hanno detto che avrebbero rivelato al di fuori la verità.

    Tra coloro che stanno (lavorativamente parlando) sopra di noi, negli uffici dove si comanda, tra i potenziali “realisti” di destra e i sedicenti “intellettuali” di sinistra, noi siamo in mezzo e nessuno sta facendo niente per noi. A tutti fa comodo non fare niente per noi.

    E la cosa più grave è che questa situazione, Andrea, oltre a rovinare una generazione privata a lungo termine di tutte le tutele, contribuisce anche a peggiorare in generale la situazione del lavoro e della produttività, che voi analisti ci dite essere l’annoso problema dell’Italia. Io non sono un intellettuale, sono cose che non mi permetto di cercare di discutere, ma credo di averne capito, nella sua quotidiana profondità, il senso.
    Lo capisco quando ci sono persone peggiori di me e di noi che prendono stipendi più alti, che arrivano più tardi al lavoro e vanno via prima di noi, che ci trattano con sufficienza come se noi fossimo una categoria inferiore. Non sto parlando dei grandi manager, dei politici o degli imprenditori: è un qualunquista discorso di sinistra soffermarsi troppo su costoro. Sto parlando di quelli che stanno nell’ufficio accanto, che invece le tutele le hanno tutte, che sia perché sono dei raccomandati, o che sia solo perché sono entrati nell’organizzazione “nel momento propizio”. Sono quelli che magari parlano male degli altri “privilegiati” con noi “inferiori”, ma poi alla fine, quando c’è da difendere i propri privilegi, serrano i ranghi e fra di loro “fanno cartello”.
    Lo capisco quando vedo tutta una serie di tattiche messe in atto dai privilegiati per tenere in pugno e non far ribellare chi sta sotto di loro. Ci potrei scrivere un libro!
    Lo capisco quando vedo che questa situazione fa in modo che tutti i precari siano messi sullo stesso piano. Questo serve ai superiori per fare in modo che quelli che sono davvero utili, quelli che sono indispensabili per l’azienda, quelli che sarebbe giusto assumere definitivamente, si sentano potenzialmente attaccati dagli altri. Per fare in modo che l’iniziativa dei precari volenterosi (che essendo giovani e formati, magari vorrebbero migliorare le cose) non tocchi i privilegi degli assunti ed anzi sia stemperata dalla svogliatezza dei precari che non hanno alcuna dote oppure hanno rinunciato alla passione per il lavoro e cercano solo di fare il meno possibile ed evitare il più possibile impegni, iniziativa, ore lavorate.
    Lo capisco quando ci viene chiesto di fare molto di più di quanto concordato. Poi, se ci saranno stati dei problemi, saremo noi ad assumercene tutta la colpa, mentre se il lavoro sarà stato un successo, magari alla faccia dei bastoni fra le ruote messi dai privilegiati, i sottoposti verranno messi in ombra.
    Lo capisco quando anche le generazioni di direttori quarantenni e cinquantenni che si credono “illuminati”, nella migliore delle ipotesi non stanno capendo davvero cosa succede, in media sono silenziosi complici dello status quo, se non addirittura dei consapevoli e malcelati aguzzini.

    Ci ho pensato molte volte, ma ho trovato una sola parola per descrivere questa quotidianità in cui un gruppo di persone può permettersi di sfruttare un altro gruppo di persone, di cui molte anche meritevoli, molte magari migliori di essi: apartheid.

    E tutto ciò, Andrea, non credo stia accadendo in un altro universo, ma magari accade più vicino a te di quanto tu stia pensando, dove magari te lo aspetti o magari già lo sai e anche magari dove non te lo aspetti.

    Questa situazione è ormai stabile, accettata come una divina inevitabilità dalla stragrande maggioranza delle persone coinvolte, da coloro che la subiscono come da coloro che la perpetrano. Una volta la scusa è la crisi economica, una volta l’eccessiva sindacalizzazione, una volta i politici di destra, una vota i politici di sinistra, una volta il capitalismo italiano, una volta la bontà di dare lavoro precario un po’ a tutti per non lasciare senza lavoro i meno bravi…
    Questa situazione è stabile, deriva da lontano ed è destinata a continuare ancora molto a lungo. Questa situazione è stabile e gravissima.

    Concludo questa divagazione, Andrea, con una previsione che non è certo bella, ma che temo sia vera, una previsione che mi rendo conto è una delle più brutte che si possa fare ad un politico. Mi dicono che hai cambiato movimento, non ho capito se sia un bene o un male: non me ne intendo davvero di politica. Ma temo che, ora come ieri o come domani, per quanto siano condivisibili le tue idee, non riuscirai a fare proprio nulla per questa situazione. Come non credo ci riuscirà nessun politico.

    Non so cosa stia facendo tu, ma io, come moltissimi altri, ora mi devo preparare per il lavoro di domani, perché le classiche 8 ore non bastano mai per fare tutte le cose che vengono richieste, quindi bisogna sempre portarsi il lavoro a casa.

    Buona domenica, Andrea. Grazie, almeno per il pensiero.

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