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	<title>Commenti a: E&#8217; sbagliato liquidare la proposta del PD del Nord</title>
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	<description>Non so se faremo un tentativo destinato a fallire o se faremo un esperimento di portata storica. Abbiamo il merito di aver affrontato un grande compito! (Achille Grandi)</description>
	<pubDate>Sat, 19 May 2012 16:29:36 +0000</pubDate>
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		<title>Di: Nane</title>
		<link>http://www.fullio.it/e-sbagliato-liquidare-la-proposta-del-pd-del-nord/comment-page-1/#comment-1652</link>
		<dc:creator>Nane</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 13:31:12 +0000</pubDate>
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		<description>Il problema principale, secondo me, è che il PD non sa a chi rivolgersi né quali sono i suoi "valori".
Perdiamo su giovani, lavoratori dipendenti e pensionati? Chissa come mai visto che candidiamo solo imprenditori, professionisti e professoroni. Che abbiamo introdotto i lavori co.co.co e smantellato lo stato sociale e che la superiorità etica nei confronti dei nostri avversari è da barzelletta (sempre ben attaccati alle poltrone mi raccomando).

Anche quando si tratte di far le feste "dell'unità" o "democratiche" i nostri bei tipini le snobbano a favore dei ristoranti di Vissani &#38; Co. 

Chiaro che vista l'alternativa la gente si butta sulla Lega, sperando che a rimetterci siano solo i "foresti" (in modo ben poco cristiano per un Veneto ex "bianco") e che ci sia qualcuno con cui "brontolare" se le cose non vanno su lavoro/scuola/tasse/servizi/sanità/trasporti/inceneritori.
Qualcuno pensa che Bortolussi avrebbe fatto questo? Io (e molti altri) non ci abbiamo creduto.

PS. Quando l'anno scorso sono andato alla festa di Ferrara ho scoperto che si pagava quanto un ristorante medio/caro e si mangiava male come qualsiasi media/bettola (alla faccia di noi che arriviamo a stento a fine mese)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il problema principale, secondo me, è che il PD non sa a chi rivolgersi né quali sono i suoi &#8220;valori&#8221;.<br />
Perdiamo su giovani, lavoratori dipendenti e pensionati? Chissa come mai visto che candidiamo solo imprenditori, professionisti e professoroni. Che abbiamo introdotto i lavori co.co.co e smantellato lo stato sociale e che la superiorità etica nei confronti dei nostri avversari è da barzelletta (sempre ben attaccati alle poltrone mi raccomando).</p>
<p>Anche quando si tratte di far le feste &#8220;dell&#8217;unità&#8221; o &#8220;democratiche&#8221; i nostri bei tipini le snobbano a favore dei ristoranti di Vissani &amp; Co. </p>
<p>Chiaro che vista l&#8217;alternativa la gente si butta sulla Lega, sperando che a rimetterci siano solo i &#8220;foresti&#8221; (in modo ben poco cristiano per un Veneto ex &#8220;bianco&#8221;) e che ci sia qualcuno con cui &#8220;brontolare&#8221; se le cose non vanno su lavoro/scuola/tasse/servizi/sanità/trasporti/inceneritori.<br />
Qualcuno pensa che Bortolussi avrebbe fatto questo? Io (e molti altri) non ci abbiamo creduto.</p>
<p>PS. Quando l&#8217;anno scorso sono andato alla festa di Ferrara ho scoperto che si pagava quanto un ristorante medio/caro e si mangiava male come qualsiasi media/bettola (alla faccia di noi che arriviamo a stento a fine mese)</p>
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		<title>Di: Giampiero Piovesan</title>
		<link>http://www.fullio.it/e-sbagliato-liquidare-la-proposta-del-pd-del-nord/comment-page-1/#comment-1647</link>
		<dc:creator>Giampiero Piovesan</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 08:22:26 +0000</pubDate>
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		<description>(R)innovarsi o perire.

Dopo ogni batosta elettorale il Partito Democratico si (ri)trova a (ri)meditare sul suo futuro, ad interrogarsi sulla sua identità - forma, sui temi - problemi da affrontare, sulla intellighenzia che lo guida et similia. Come se dalla sua (seppur breve) storia non riuscisse mai ad imparare nulla, come se fosse sordo ai richiami illuminanti che provengono dai militanti, dagli iscritti, da alcuni amministratori – dirigenti, dai territori e dai risultati elettorali. Ciò è mortificante e frustrante. Ciclicamente si assiste alla richiesta di uno schema di partito federal - federalista per uscire dalla crisi che ci attanaglia. La panacea dei nostri mali sembra essere una maggiore indipendenza dal livello romano…si dice. Come se Bortolussi, per quanto riguarda il Veneto, fosse stato scelto dalla classe romana…dico io. E potrei continuare con l’elenco di scelte sciagurate in salsa federalista. Ma mi fermo qui. Per aprire e chiudere la parentesi su Bortolussi sostengo che era ed è una persona capace di governare il Veneto (batte Zaia dieci a zero) ma doveva essere designato almeno uno o due anni prima (impossibile visto che il PD praticamente non esisteva) in maniera tale da creargli attorno consenso, una cornice programmatica e partitica seria, credibile ed efficace. Ad un mese e mezzo dalla elezioni, quando ahimè chiara è la sconfitta, e dopo la solita Via Crucis decisionale è “azzardato” (partiticamente parlando) candidare una persona che non è iscritta e che non ha neppure intenzione di iscriversi al PD, che lo critica (giustamente o meno), che ha delle posizioni (opinabili o meno) su Galan, Visco, scudo fiscale et similia. L’ovvia conseguenza è stata quella di innestare ulteriore spaesamento tra coloro i quali avevano intenzione di votarci e soprattutto di rendere evidente, agli occhi di quelli che non ci avrebbero votato (ma che dovremo, prima o poi, conquistare), la nostra difficoltà a comprendere il Veneto e a farci comprendere dai Veneti. Siamo vittime dell’ingenuità di pensare che i “cittadini di destra” ci votino solo perché noi candidiamo “uno di destra” perdendo così pure i voti a sinistra. Scusate la brutalità. Questo per dire della capacità federale del partito di programmare con un minimo di anticipo mosse e strategie vincenti. È doveroso sottolineare che il PD da quando è nato è in continua fase congressuale quindi sono comprensibili le difficoltà organizzativo - gestionali che lo hanno attanagliato fino ad ora. È doveroso, tristemente doveroso, ammettere che qualunque fosse stato il candidato avremmo perso, con buona pace dei sostenitori di Laura Puppato (fenomeno da valorizzare ed apprezzare internamente ma da (ri)valutare con attenzione, esternamente, alla luce del pessimo risultato del PD di Montebelluna e del PD trevigiano nel suo complesso). Le soluzioni a questo quadro fosco passano senz’altro per la Forma e Sostanza che (nell’immediato) dovremo dare al PD. Per risollevare le nostre sorti basterà un leghismo declinato nel tanto anelato “Partito Democratico del Nord”? Un progetto del Nord è davvero indispensabile o equivale ad uno scimmiottamento del fenomeno Lega Nord anzi oramai Lega Centro – Nord? E soprattutto come possiamo significare l’ideologia del radicamento territoriale? Da quanto mi risulta il Partito Democratico ha più circoli territoriali della Lega, è ampiamente presente con i gazebo nelle piazze d’Italia ed i suoi rappresentanti di circolo, almeno nel Veneto Orientale, sono per la maggior parte giovani e sganciati da precedenti esperienze politiche. Allora in cosa siamo carenti? Sicuramente non siamo appetibili perché momentaneamente manchiamo di credibilità politica e programmatica. Critichiamo l’immoralità del centro destra e poi scoppiano i casi Marrazzo, Del Bono, Loriero, Bassolino et similia. Critichiamo il dirigismo del centro destra e poi candidiamo incandidabili, in deroga ai vari statuti, statutini, regolamenti, lacci e lacciuoli giuridici, slegati dal territorio, paracadutati dall’alto, al terzo, quarto, quinto mandato, calibrandone con il bilancino l’appartenenza all’area di Bersani, Franceschini, Veltroni, Marino, Letta, Bindi, D’Alema eccetera. Sfruttiamo quel poco di spazio giornalistico che ci lascia il centro destra per risolvere le nostre beghe interne, per dare anima alle ennesime fondazioni culturali o per il solito antiberlusconismo che oramai ha stancato anche gli antiberlusconiani doc. Dulcis in fundo siamo portatori di una fantastica dote ovvero quella di premiare sempre con il posticino giusto il trombato di turno. La disgrazia è che questo elenco di disgrazie non deriva da un mio sfogo personale ma è il pensiero unico dei tanti militanti che ancora credono nel Partito Democratico stanchi dei vari personalismi – clientelismi nonché delle guerre tra apparati. I militanti che diversamente hanno perso la speranza ora votano Grillo, IDV o peggio si astengono. Trovare la giusta via in questo marasma sembra impossibile. Ma è proprio quando si tocca il fondo che ci si riesce a risollevare. Certamente il federalismo partitico è una soluzione (parziale) ai nostri problemi; esso è legittimo e necessario se vogliamo calarci su un territorio in maniera adeguata, utilizzando gli strumenti più adatti per costruire proposte inerenti alle realtà con cui ci dobbiamo confrontare. Ogni regione, provincia, comune ha le sue indubbie peculiarità. Ma non dobbiamo cadere nell’errore di limitarci ad una visione locale pensando di poter essere indipendenti dal progetto nazionale. È certo che l’inconsistenza del PD nazionale ha recato danno alla formazioni locali nelle varie tornate elettorali ma è anche vero che deve esistere una linea comune, condivisa, chiara e compartecipata che ci veda tutti compatti nel declinarla poi in maniera federale a livello dei singoli territori. Dobbiamo tornare a trattare di temi, nudi e crudi, imponendo all’attenzione pubblica la nostra agenda, le nostre priorità incalzando il governo perentoriamente. Questo è lo scopo di un partito: ascoltare e tradurre le istanze dei cittadini in proposte attuabili, impostare un disegno per il futuro anticipando l’evoluzione sociale e politica del paese. E nel farlo non dobbiamo essere timidi o complicati. Una dote della Lega è la semplicità spiccia anzi bruta. Semplicità tout court che non ci appartiene preoccupati come siamo a passare sotto le forche caudine dei mille direttivi, delle mille burocrazie ridondati ed inutili, di un perbenismo intellettualoide che ci priva di argomenti di discussione. Semplicità che deve essere presente nei nostri organismi, nel linguaggio per darci un’efficace concretezza di cui oggi bisogniamo come non mai. Semplicità non significa depotenziare e dequalificare un’idea ma renderla immediatamente comprensibile in maniera tale che tutti si riconoscano in essa. Cosa che ora non avviene. Proveniamo da una storia romano - centrica ci vorrà del tempo prima di raggiungere la meta federalista. I circoli sono una risorsa fondamentale devono essere arricchiti e valorizzati affinché il loro ruolo di referenti, traduttori, gestori territoriali non sia sminuito a semplice periferia politica ma sia assurto a punto nodale della nostra azione politica. La Lega Nord per certi aspetti mi è misteriosa. Nonostante la sua contraddittorietà evidenziata per esempio dal voto romano favorevole al nucleare e contrario in Veneto, dal federalismo decantato da anni ma mai realizzato ed anzi nei fatti cassato (abolizione ICI, contrarietà al movimento dei sindaci per il 20% dell’irpef, salvataggio di comuni meridionali inefficienti, eccetera), dall’inazione sul versante sicurezza - immigrazione a parte le mitiche ronde padane e il taglio ai finanziamenti alle forze dell’ordine, dal sedere ben incollato sulla romana poltrona nonostante il motto “Roma Ladrona”, viene premiata dai cittadini. Perché? I problemi economici e sociali attuali dovrebbero vederci paradossalmente favoriti…siamo in piena crisi economica e noi dovremmo rappresentare la classe operaia, i lavoratori…ma il voto dice che queste categorie si identificano con la Lega. L’operaio e l’imprenditore insieme nella Lega perché? L’ubiquità leghista è scientifica, occupa tutti i livelli di potere dalla pro loco locale alla banca nazionale, dall’assemblea della scuola materna al consiglio d’amministrazione di società importanti. Ha l’intelligenza di trovare candidati trasversali e poliedrici ovvero provenienti dai più svariati ambiti professionali, culturali ed economici. Ricerca persone del e per il territorio, riconosciute - riconoscibili come uomini per e del popolo. Il Partito Democratico invece stenta sempre a fare chiarezza sul metodo di scelta e sulle candidature che spesso causano scontri laceranti con conseguenze negative sull’opinione pubblica. Gli strumenti regolamentativi e le primarie sono un elemento rilevante per l’equilibrio e la democrazia di un partito ma vanno usati scientemente senza trasformarli in boomerang politici. Zaia in una settimana nomina la giunta mentre per quella di Orsoni dobbiamo aspettare le calende greche mentre le cronache negative impazzano. Capite? C’è una gestione completamente diversa degli affari interni e non solo. Loro sono il partito del fare noi quello del disfare agli occhi dei cittadini. Credo sia poi utile chiedersi con quale tipologia di elettori abbiamo a che fare. Zaia non ha presentato alcun programma di governo a parte l’ingenuo motto “prima i veneti”, ha evitato accuratamente ogni confronto con gli altri candidati, da ministro dell’agricoltura non ha fatto nulla di rilevante, ha utilizzato i soldi pubblici per la campagna elettorale ma è stato trasmesso eroicamente su ogni tv - giornale nazionale, regionale, comunale non mancando ad alcun evento pubblico. Questo è l’unico elemento che ha fatto e fa la differenza tra noi e loro? Ai cittadini basta questo? La presenza di Zaia/Cota/Gobbo alla sagra della soppressa? Se questo fosse vero significherebbe o che la maggior parte degli elettori non riesce a discernere la capacità e i veri meriti del politico dall’apparenza mediatica oppure che Zaia e compagnia sono davvero buoni amministratori. Sinceramente credo che il potere mediatico e l’onnipresenza dei suddetti leghisti giochi un peso rilevante nel conto elettorale ma ovviamente non possiamo ridurre tutto a questo. Essi hanno un bacino di amministratori qualificati e capaci, da cui attingere al momento elettorale, in grado di leggere le esigenze del territorio e gli umori delle persone. Operazione che dobbiamo attuare anche noi prelevando dai circoli, dalle amministrazioni e dalle scuole politiche gli elementi più promettenti facendoli maturare e crescere anche affiancandoli ai politici più navigati ed esperti. Lo scontro che si è accesso riguarda differenti modelli culturali, il nostro al momento è perdente o momentaneamente inesistente. La Lega si è politicamente imborghesita ma non ha perso il suo appeal, non è più un’effervescenza partitica estemporanea ora ha influenze direttamente su Roma per non parlare delle Regioni appena conquistate, Province e Comuni in cui amministra da tempo. È riuscita a creare una comunità in cui tutti si riconoscono, a cui tutti si ricollegano e si riferiscono. Raccoglie all’interno di una comune identità militanti, dirigenti e cittadini; diversi volti della stessa società veneta dal cattolico praticante, all’ateo devoto, dall’operaio disoccupato all’imprenditore in difficoltà, dal laureato a quello con la sola licenza elementare e così via. E tutti si sentono posti sullo stesso piano come parte attiva del progetto politico. Il Partito Democratico deve ritrovare lo scopo, il senso della sua nascita, dei valori, delle finalità e radici che ha smarrito strada facendo, la svolta storica che questo soggetto aveva paventato non c’è stata. Da qui la grandissima delusione. La sfida non è tanto e solo politica ma oramai è culturale. Viviamo in una società che è sinistra non di sinistra. Una società che non riconosco come mia che non coincide con i miei valori. Se penso a cos’era il Veneto trenta anni fa, quali erano le ricchezze solidali, sociali, intellettuali ed umane dei veneti in quella povertà ed a come è oggi mi scorre un brivido lungo la schiena. Certo i tempi sono cambiati come è giusto e normale che sia ma ritengo che l’ideologia dei “schei”, dei “paroni a casa nostra” e quella leghista nel lungo ma anche nel breve periodo ci danneggeranno pesantemente. Anche per questo è nostro dovere impegnarci affinché questo schema mentale cambi per aprire a nuove prospettive moderne questa regione, rimettendo al centro del dibattito temi come il lavoro, la scuola, la fiscalità, le infrastrutture e l’ambiente. Solo approfondendo questi argomenti metteremmo in difficoltà i nostri avversari evidenziandone i paradossi e le gravi incongruenze. Così potremmo finalmente emergere con un piano programmatico identificativo di noi e di ciò che vogliamo rappresentare adoperandoci affinché divenga strumento di radicamento e riconoscimento. Dobbiamo rinnovarci e per farlo dobbiamo innovarci. Ma l’innovazione non si matura con un semplice maquillage, deve essere una volontà che nasce dal di dentro e si esplica all’esterno con un cambiamento vero. Cancelliamo il solco che ci separa dalla nostra comunità mettendoci con umiltà al passo con essa e vedrete che raggiungeremo la meta.
È giunta l’ora di riscattare il Veneto. Facciamolo insieme.

Giampiero Piovesan, coordinatore Partito Democratico Meolo (VE)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>(R)innovarsi o perire.</p>
<p>Dopo ogni batosta elettorale il Partito Democratico si (ri)trova a (ri)meditare sul suo futuro, ad interrogarsi sulla sua identità - forma, sui temi - problemi da affrontare, sulla intellighenzia che lo guida et similia. Come se dalla sua (seppur breve) storia non riuscisse mai ad imparare nulla, come se fosse sordo ai richiami illuminanti che provengono dai militanti, dagli iscritti, da alcuni amministratori – dirigenti, dai territori e dai risultati elettorali. Ciò è mortificante e frustrante. Ciclicamente si assiste alla richiesta di uno schema di partito federal - federalista per uscire dalla crisi che ci attanaglia. La panacea dei nostri mali sembra essere una maggiore indipendenza dal livello romano…si dice. Come se Bortolussi, per quanto riguarda il Veneto, fosse stato scelto dalla classe romana…dico io. E potrei continuare con l’elenco di scelte sciagurate in salsa federalista. Ma mi fermo qui. Per aprire e chiudere la parentesi su Bortolussi sostengo che era ed è una persona capace di governare il Veneto (batte Zaia dieci a zero) ma doveva essere designato almeno uno o due anni prima (impossibile visto che il PD praticamente non esisteva) in maniera tale da creargli attorno consenso, una cornice programmatica e partitica seria, credibile ed efficace. Ad un mese e mezzo dalla elezioni, quando ahimè chiara è la sconfitta, e dopo la solita Via Crucis decisionale è “azzardato” (partiticamente parlando) candidare una persona che non è iscritta e che non ha neppure intenzione di iscriversi al PD, che lo critica (giustamente o meno), che ha delle posizioni (opinabili o meno) su Galan, Visco, scudo fiscale et similia. L’ovvia conseguenza è stata quella di innestare ulteriore spaesamento tra coloro i quali avevano intenzione di votarci e soprattutto di rendere evidente, agli occhi di quelli che non ci avrebbero votato (ma che dovremo, prima o poi, conquistare), la nostra difficoltà a comprendere il Veneto e a farci comprendere dai Veneti. Siamo vittime dell’ingenuità di pensare che i “cittadini di destra” ci votino solo perché noi candidiamo “uno di destra” perdendo così pure i voti a sinistra. Scusate la brutalità. Questo per dire della capacità federale del partito di programmare con un minimo di anticipo mosse e strategie vincenti. È doveroso sottolineare che il PD da quando è nato è in continua fase congressuale quindi sono comprensibili le difficoltà organizzativo - gestionali che lo hanno attanagliato fino ad ora. È doveroso, tristemente doveroso, ammettere che qualunque fosse stato il candidato avremmo perso, con buona pace dei sostenitori di Laura Puppato (fenomeno da valorizzare ed apprezzare internamente ma da (ri)valutare con attenzione, esternamente, alla luce del pessimo risultato del PD di Montebelluna e del PD trevigiano nel suo complesso). Le soluzioni a questo quadro fosco passano senz’altro per la Forma e Sostanza che (nell’immediato) dovremo dare al PD. Per risollevare le nostre sorti basterà un leghismo declinato nel tanto anelato “Partito Democratico del Nord”? Un progetto del Nord è davvero indispensabile o equivale ad uno scimmiottamento del fenomeno Lega Nord anzi oramai Lega Centro – Nord? E soprattutto come possiamo significare l’ideologia del radicamento territoriale? Da quanto mi risulta il Partito Democratico ha più circoli territoriali della Lega, è ampiamente presente con i gazebo nelle piazze d’Italia ed i suoi rappresentanti di circolo, almeno nel Veneto Orientale, sono per la maggior parte giovani e sganciati da precedenti esperienze politiche. Allora in cosa siamo carenti? Sicuramente non siamo appetibili perché momentaneamente manchiamo di credibilità politica e programmatica. Critichiamo l’immoralità del centro destra e poi scoppiano i casi Marrazzo, Del Bono, Loriero, Bassolino et similia. Critichiamo il dirigismo del centro destra e poi candidiamo incandidabili, in deroga ai vari statuti, statutini, regolamenti, lacci e lacciuoli giuridici, slegati dal territorio, paracadutati dall’alto, al terzo, quarto, quinto mandato, calibrandone con il bilancino l’appartenenza all’area di Bersani, Franceschini, Veltroni, Marino, Letta, Bindi, D’Alema eccetera. Sfruttiamo quel poco di spazio giornalistico che ci lascia il centro destra per risolvere le nostre beghe interne, per dare anima alle ennesime fondazioni culturali o per il solito antiberlusconismo che oramai ha stancato anche gli antiberlusconiani doc. Dulcis in fundo siamo portatori di una fantastica dote ovvero quella di premiare sempre con il posticino giusto il trombato di turno. La disgrazia è che questo elenco di disgrazie non deriva da un mio sfogo personale ma è il pensiero unico dei tanti militanti che ancora credono nel Partito Democratico stanchi dei vari personalismi – clientelismi nonché delle guerre tra apparati. I militanti che diversamente hanno perso la speranza ora votano Grillo, IDV o peggio si astengono. Trovare la giusta via in questo marasma sembra impossibile. Ma è proprio quando si tocca il fondo che ci si riesce a risollevare. Certamente il federalismo partitico è una soluzione (parziale) ai nostri problemi; esso è legittimo e necessario se vogliamo calarci su un territorio in maniera adeguata, utilizzando gli strumenti più adatti per costruire proposte inerenti alle realtà con cui ci dobbiamo confrontare. Ogni regione, provincia, comune ha le sue indubbie peculiarità. Ma non dobbiamo cadere nell’errore di limitarci ad una visione locale pensando di poter essere indipendenti dal progetto nazionale. È certo che l’inconsistenza del PD nazionale ha recato danno alla formazioni locali nelle varie tornate elettorali ma è anche vero che deve esistere una linea comune, condivisa, chiara e compartecipata che ci veda tutti compatti nel declinarla poi in maniera federale a livello dei singoli territori. Dobbiamo tornare a trattare di temi, nudi e crudi, imponendo all’attenzione pubblica la nostra agenda, le nostre priorità incalzando il governo perentoriamente. Questo è lo scopo di un partito: ascoltare e tradurre le istanze dei cittadini in proposte attuabili, impostare un disegno per il futuro anticipando l’evoluzione sociale e politica del paese. E nel farlo non dobbiamo essere timidi o complicati. Una dote della Lega è la semplicità spiccia anzi bruta. Semplicità tout court che non ci appartiene preoccupati come siamo a passare sotto le forche caudine dei mille direttivi, delle mille burocrazie ridondati ed inutili, di un perbenismo intellettualoide che ci priva di argomenti di discussione. Semplicità che deve essere presente nei nostri organismi, nel linguaggio per darci un’efficace concretezza di cui oggi bisogniamo come non mai. Semplicità non significa depotenziare e dequalificare un’idea ma renderla immediatamente comprensibile in maniera tale che tutti si riconoscano in essa. Cosa che ora non avviene. Proveniamo da una storia romano - centrica ci vorrà del tempo prima di raggiungere la meta federalista. I circoli sono una risorsa fondamentale devono essere arricchiti e valorizzati affinché il loro ruolo di referenti, traduttori, gestori territoriali non sia sminuito a semplice periferia politica ma sia assurto a punto nodale della nostra azione politica. La Lega Nord per certi aspetti mi è misteriosa. Nonostante la sua contraddittorietà evidenziata per esempio dal voto romano favorevole al nucleare e contrario in Veneto, dal federalismo decantato da anni ma mai realizzato ed anzi nei fatti cassato (abolizione ICI, contrarietà al movimento dei sindaci per il 20% dell’irpef, salvataggio di comuni meridionali inefficienti, eccetera), dall’inazione sul versante sicurezza - immigrazione a parte le mitiche ronde padane e il taglio ai finanziamenti alle forze dell’ordine, dal sedere ben incollato sulla romana poltrona nonostante il motto “Roma Ladrona”, viene premiata dai cittadini. Perché? I problemi economici e sociali attuali dovrebbero vederci paradossalmente favoriti…siamo in piena crisi economica e noi dovremmo rappresentare la classe operaia, i lavoratori…ma il voto dice che queste categorie si identificano con la Lega. L’operaio e l’imprenditore insieme nella Lega perché? L’ubiquità leghista è scientifica, occupa tutti i livelli di potere dalla pro loco locale alla banca nazionale, dall’assemblea della scuola materna al consiglio d’amministrazione di società importanti. Ha l’intelligenza di trovare candidati trasversali e poliedrici ovvero provenienti dai più svariati ambiti professionali, culturali ed economici. Ricerca persone del e per il territorio, riconosciute - riconoscibili come uomini per e del popolo. Il Partito Democratico invece stenta sempre a fare chiarezza sul metodo di scelta e sulle candidature che spesso causano scontri laceranti con conseguenze negative sull’opinione pubblica. Gli strumenti regolamentativi e le primarie sono un elemento rilevante per l’equilibrio e la democrazia di un partito ma vanno usati scientemente senza trasformarli in boomerang politici. Zaia in una settimana nomina la giunta mentre per quella di Orsoni dobbiamo aspettare le calende greche mentre le cronache negative impazzano. Capite? C’è una gestione completamente diversa degli affari interni e non solo. Loro sono il partito del fare noi quello del disfare agli occhi dei cittadini. Credo sia poi utile chiedersi con quale tipologia di elettori abbiamo a che fare. Zaia non ha presentato alcun programma di governo a parte l’ingenuo motto “prima i veneti”, ha evitato accuratamente ogni confronto con gli altri candidati, da ministro dell’agricoltura non ha fatto nulla di rilevante, ha utilizzato i soldi pubblici per la campagna elettorale ma è stato trasmesso eroicamente su ogni tv - giornale nazionale, regionale, comunale non mancando ad alcun evento pubblico. Questo è l’unico elemento che ha fatto e fa la differenza tra noi e loro? Ai cittadini basta questo? La presenza di Zaia/Cota/Gobbo alla sagra della soppressa? Se questo fosse vero significherebbe o che la maggior parte degli elettori non riesce a discernere la capacità e i veri meriti del politico dall’apparenza mediatica oppure che Zaia e compagnia sono davvero buoni amministratori. Sinceramente credo che il potere mediatico e l’onnipresenza dei suddetti leghisti giochi un peso rilevante nel conto elettorale ma ovviamente non possiamo ridurre tutto a questo. Essi hanno un bacino di amministratori qualificati e capaci, da cui attingere al momento elettorale, in grado di leggere le esigenze del territorio e gli umori delle persone. Operazione che dobbiamo attuare anche noi prelevando dai circoli, dalle amministrazioni e dalle scuole politiche gli elementi più promettenti facendoli maturare e crescere anche affiancandoli ai politici più navigati ed esperti. Lo scontro che si è accesso riguarda differenti modelli culturali, il nostro al momento è perdente o momentaneamente inesistente. La Lega si è politicamente imborghesita ma non ha perso il suo appeal, non è più un’effervescenza partitica estemporanea ora ha influenze direttamente su Roma per non parlare delle Regioni appena conquistate, Province e Comuni in cui amministra da tempo. È riuscita a creare una comunità in cui tutti si riconoscono, a cui tutti si ricollegano e si riferiscono. Raccoglie all’interno di una comune identità militanti, dirigenti e cittadini; diversi volti della stessa società veneta dal cattolico praticante, all’ateo devoto, dall’operaio disoccupato all’imprenditore in difficoltà, dal laureato a quello con la sola licenza elementare e così via. E tutti si sentono posti sullo stesso piano come parte attiva del progetto politico. Il Partito Democratico deve ritrovare lo scopo, il senso della sua nascita, dei valori, delle finalità e radici che ha smarrito strada facendo, la svolta storica che questo soggetto aveva paventato non c’è stata. Da qui la grandissima delusione. La sfida non è tanto e solo politica ma oramai è culturale. Viviamo in una società che è sinistra non di sinistra. Una società che non riconosco come mia che non coincide con i miei valori. Se penso a cos’era il Veneto trenta anni fa, quali erano le ricchezze solidali, sociali, intellettuali ed umane dei veneti in quella povertà ed a come è oggi mi scorre un brivido lungo la schiena. Certo i tempi sono cambiati come è giusto e normale che sia ma ritengo che l’ideologia dei “schei”, dei “paroni a casa nostra” e quella leghista nel lungo ma anche nel breve periodo ci danneggeranno pesantemente. Anche per questo è nostro dovere impegnarci affinché questo schema mentale cambi per aprire a nuove prospettive moderne questa regione, rimettendo al centro del dibattito temi come il lavoro, la scuola, la fiscalità, le infrastrutture e l’ambiente. Solo approfondendo questi argomenti metteremmo in difficoltà i nostri avversari evidenziandone i paradossi e le gravi incongruenze. Così potremmo finalmente emergere con un piano programmatico identificativo di noi e di ciò che vogliamo rappresentare adoperandoci affinché divenga strumento di radicamento e riconoscimento. Dobbiamo rinnovarci e per farlo dobbiamo innovarci. Ma l’innovazione non si matura con un semplice maquillage, deve essere una volontà che nasce dal di dentro e si esplica all’esterno con un cambiamento vero. Cancelliamo il solco che ci separa dalla nostra comunità mettendoci con umiltà al passo con essa e vedrete che raggiungeremo la meta.<br />
È giunta l’ora di riscattare il Veneto. Facciamolo insieme.</p>
<p>Giampiero Piovesan, coordinatore Partito Democratico Meolo (VE)</p>
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